Lo chiamavano Filippo di li testi a Bentivegna. L’artista del “Castello incantato” di Sciacca. Proprio lui che aveva perso la testa in America, dove era emigrato nel 1913 per fare fortuna come tanti altri. E forse fu proprio così. Una botta in testa di un presunto rivale in amore, un colpo di quelli che ti fanno rincretinire e via. Cambio di programma. Nel 1919, considerato inabile al lavoro, Filippo rientra in Italia. Qui viene condannato a tre anni di galera perché disertore e una commissione psichiatrica lo dichiara pazzo. Pazzo sì, ma non pericoloso. Filippo diceva di cercare la Grande Madre, diceva che dentro la terra c’era il seme dell’uomo.

Disse pure in seguito di prendere energia dalla terra mentre scolpiva volti, tantissimi volti, tutti vivi: quelli erano i sudditi del suo regno, in pratica il podere acquistato con il gruzzolo da manovale d’oltreoceano. Un lavoro estenuante, speso in una solitudine assoluta, alla ricerca di pietra da adattare al suo genio non colto. Non aveva studi, Bentivegna, ed era solo, isolato e deriso da tutti. Così, quando un certo Lilieström, pittore svedese, negli anni Cinquanta si trovò a Sciacca di fronte a quelle teste aggrappate l’una all’altra, tra cui papi, re e regine, lo stesso Cristo, avvolti in una spirale di pietra, di fronte a un uomo smilzo che lo accoglieva in qualità di dignitario di corte, organizzò la prima e l’unica mostra di Filippo Bentivegna a Sciacca.


Altro colpo di coda del signor Destino, che significò, dopo la morte di Filippo nel 1967, a settantanove anni suonati, con il podere in stato di abbandono e una parte delle opere trafugate, significò entrare nella Storia dell’Arte. Un collaboratore di Jean Dubuffet, artista francese teorico dell’Art Brut, scoprì il tesoro di Filippo, chiese e ottenne dai parenti alcune sue opere che oggi sono esposte al Museo dell’Art Brut di Losanna. Con l’estate un tour a Sciacca ci mostra il mondo magico di Filippo di li testi.

Si chiama Castello incantato e appartiene alla Regione Siciliana. Attraversarlo significa sentire il peso di un pensiero talmente umano che è quasi come il tentativo di salvezza dal comune sentire o quel dolore che si annida nella crescita del solo e unico bene, la Ricerca. Chi ne sente il morso, è artista in cammino. Tale fu Filippo, che cercò se stesso nel posto più profondo: la Terra, luogo di incanto e di vita vera.
Daniela Frisone
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